Numeri di malagiustizia

Non c’è verso. Anche se la Corte di cassazione aveva stabilito, nel marzo del 2012, che Marcello Dell’Utri non poteva essere condannato a sette anni perché nelle sentenze di Palermo c’era un palese e pacchiano “vuoto argomentativo”, i giudici della Corte di Appello di Palermo hanno ritenuto di non dovere fare nemmeno un passetto indietro e hanno inflitto all’ex senatore del Pdl la stessa pena, sette anni, che la Cassazione, nel marzo del 2012, aveva ritenuto talmente inappropriata e così poco motivata da disporre un nuovo processo: quello che si è concluso ieri sera.
6 AGO 20
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Non c’è verso. Anche se la Corte di cassazione aveva stabilito, nel marzo del 2012, che Marcello Dell’Utri non poteva essere condannato a sette anni perché nelle sentenze di Palermo c’era un palese e pacchiano “vuoto argomentativo”; anche se il pg della Suprema corte, Francesco Iacoviello, aveva preso clamorosamente le distanze dalla procura palermitana sostenendo che l’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa appariva come un “fiore artificiale in un vaso senz’acqua” e che non si intravedeva “il fatto per cui l’imputato era stato condannato”; anche se il concorso esterno è ormai riconosciuto, non solo da Iacoviello ma anche dalla giurisprudenza più avveduta, come una vaghezza giudiziaria fatta apposta per dare discrezionalità e potere alla magistratura più politicizzata; anche se è successo tutto questo, i giudici della Corte di Appello di Palermo hanno ritenuto di non dovere fare nemmeno un passetto indietro e hanno inflitto all’ex senatore del Pdl la stessa pena, sette anni, che la Cassazione, nel marzo del 2012, aveva ritenuto talmente inappropriata e così poco motivata da disporre un nuovo processo: quello che si è concluso ieri sera. Che succederà ora?
Il fascicolo, con la seconda sentenza d’appello, tornerà in Cassazione per una nuova valutazione. Ma il procuratore generale di Palermo, Luigi Patronaggio, ha già posto la questione più dolorosa: l’arresto. Dell’Utri, che nel febbraio scorso non è stato ricandidato, non gode più della tutela parlamentare e la possibilità di una carcerazione preventiva resta teoricamente in piedi: “Ancora non è dato sapere”, si è limitato a dire Patronaggio. L’unica cosa certa è che il processo contro l’ex braccio destro di Berlusconi si trascina ormai da diciotto anni. Il primo interrogatorio di Gian Carlo Caselli, allora capo della procura palermitana, risale a luglio del 1995 e sulla base di quella inchiesta, finita nel frattempo nelle mani del pm Antonio Ingroia, sono stati celebrati quattro processi: uno di primo grado, due d’Appello e uno in Cassazione.
“Il romanzo criminale continua”, ha commentato ieri sera Dell’Utri, preannunciando il ricorso alla Suprema corte. E sarà una corsa contro il tempo. Nel novembre del 2014, infatti, scatterà la prescrizione. Se la Corte d’appello confermerà nelle motivazioni la tesi della precedente sentenza, il concorso esterno di Dell’Utri nei confronti della mafia palermitana – un comparaggio, aveva sostenuto quella sentenza, finalizzato a salvaguardare le aziende di Berlusconi, vittima di minacce ed estorsioni – si sarebbe interrotto nel 1992. Conseguentemente, la morte giudiziaria del processo verrebbe celebrata 22 anni e sei mesi dopo, appunto nel novembre dell’anno prossimo. Dell’Utri spera di farcela. In caso contrario, i sette anni di carcere andrebbero ad aggiungersi a una gogna che si è trascinata già per vent’anni. Un capolavoro di malagiustizia.